Settembre 7, 2026

Il mistero del sottomarino russo K-219: incidente, Triangolo delle Bermude e USO

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Il mistero del sottomarino russo K-219: incidente, Triangolo delle Bermude e USO

Il mistero del sottomarino russo K-219: incidente, Triangolo delle Bermude e USO

Nell’ottobre del 1986, il sottomarino sovietico K-219 si aggirava nelle acque del Nord Atlantico, a circa 1.090 chilometri a nord-est delle Bermuda. A quel tempo imperversava la Guerra Fredda e questa era una procedura del tutto standard, concepita per segnalare al blocco nemico la propria presenza strategica.

Il sottomarino K-219 (un classe Yankee I / Progetto 667A) era una macchina da guerra temibile, equipaggiata con circa 48 testate nucleari e 16 missili a combustibile liquido R-27U (denominati SS-N-6 Serb dalla NATO).

Intorno alle 5:30 del mattino (ora di Mosca), tuttavia, qualcosa iniziò ad andare storto: l’acqua di mare cominciò a filtrare inspiegabilmente all’interno del silo missilistico numero 6. L’allarme scattò immediatamente, attivando le procedure di sicurezza standard che includevano la chiusura ermetica di tutti i compartimenti.

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L’esplosione e la lotta per la sopravvivenza

Tuttavia, era ormai troppo tardi. Alle 5:38 del mattino si verificò una violenta esplosione, causata dalla reazione tra l’acqua di mare e la perdita di propellente altamente corrosivo (tetrossido di azoto) del missile.

L’incidente provocò la morte immediata di due uomini, mentre un terzo rimase soffocato dai fumi tossici; il missile e le relative testate finirono dispersi in mare. Un altro marinaio perse la vita nel disperato tentativo di spegnere manualmente il reattore del motore del sottomarino, che stranamente non si era arrestato in modo automatico.

Nonostante i danni devastanti, il K-219 riuscì a raggiungere la superficie in condizioni precarie. Fu in quel momento che l’equipaggio e i soccorritori notarono un dettaglio agghiacciante: sul fianco dello scafo era impresso un solco profondo, come se il vascello avesse violentemente impattato contro qualcosa sott’acqua. Il relitto fu successivamente agganciato e rimorchiato da un mercantile sovietico che aveva ricevuto l’ordine di condurlo a Gadzhiyevo, a ben 7.000 chilometri di distanza.

L’affondamento negli abissi e il “caso” USS Augusta

Durante il lungo tragitto verso la base, la linea di traino si spezzò definitivamente. A quel punto venne impartito l’ordine tassativo di abbandonare il mezzo.

L’equipaggio fu tratto in salvo, mentre il gigante d’acciaio colò a picco inabissandosi a una profondità di circa 5.500–6.000 metri, portando con sé il carico residuo di missili e testate atomiche. Di fronte alla gravità della perdita di vite umane e di materiale bellico sensibile, i vertici sovietici puntarono quasi subito il dito contro gli Stati Uniti.

Secondo Mosca, il K-219 si era scontrato con il sottomarino d’attacco americano USS Augusta, che all’epoca operava nella medesima regione. Ciononostante, il comando e il capitano della USS Augusta respinsero con forza ogni accusa e le indagini successive dimostrarono che il sottomarino statunitense non si trovava in prossimità del teatro dell’incidente al momento del fattaccio.

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Furono gli alieni o un USO? La testimonianza di Nikolai Tushin

Per anni, l’episodio del K-219 è rimasto avvolto in un alone di fitto mistero. Data la vicinanza geografica con la famigerata area del Triangolo delle Bermude, non tardarono a emergere speculazioni audaci, secondo cui la sciagura sarebbe stata provocata da entità aliene o da USO (Unidentified Submerged Objects, Oggetti Sottomarini Non Identificati). Nel corso degli anni si sono rincorse numerose testimonianze non verificate di marinai e subacquei che riferivano di aver scorto luci misteriose muoversi agilmente sott’acqua.

Una svolta mediatica di rilievo si ebbe nel 2010, quando un capitano sovietico di primo rango, Nikolai Tushin (ex vice comandante di una brigata di sottomarini nucleari e inserito nel ristretto gruppo di specialisti incaricati di collaudare i sottomarini costruiti a Severodvinsk), rilasciò una straordinaria intervista alla testata russa Pravda.ru (ripresa da archivi storici e portali specializzati come SunDodgers):

“Nikolai non aveva dubbi sul fatto che l’oggetto sottomarino con cui si scontrò il K-219 non fosse artificiale e di origine umana. Era convinto che il sottomarino fosse stato colpito da una misteriosa forza sottomarina non identificata.”

Tushin sosteneva che molti comandanti di sottomarini avessero assistito ad avvistamenti di sfere e cilindri luminosi negli abissi, sebbene fosse costume tacere per timore di essere considerati instabili mentalmente.

Il fenomeno dei “Quaccheri” (Quakers) negli oceani

Nei suoi racconti, Tushin aprì un capitolo fondamentale della crittografia navale sovietica: il fenomeno dei “Quaccheri” (Quakers), ovvero oggetti galleggianti o subacquei non identificati che tra gli anni ’70 e ’80 causarono non poca preoccupazione alle flotte mondiali.

  • Cosa erano i Quaccheri? Si trattava di fonti sonore sottomarine captate dai sonar più sensibili, caratterizzate da segnali acustici ripetitivi che ricordavano il “gracidare delle rane”.
  • L’intelligence in azione: La Marina Sovietica istituì un gruppo di ricerca speciale e organizzò spedizioni oceanografiche dedicate per studiare il fenomeno, analogamente a quanto facevano gli Stati Uniti.
  • Zone calde: Il raggio d’azione di questi suoni si estendeva dal Mare di Barents fino al Medio Atlantico, includendo proprio il Triangolo delle Bermude.

Lo stesso Tushin, durante i suoi anni di servizio come giovane tenente, ebbe modo di ascoltare personalmente un “Quaccker” tramite le cuffie di bordo:

  • “La barca si muoveva a bassa velocità a 250 metri di profondità. Non appena risalimmo a 120 metri, il gracidio cessò di colpo. Il comandante ordinò tassativamente di non registrare l’evento sul giornale di bordo.”

Alla fine degli anni ’80, con il progressivo collasso dell’Unione Sovietica e la mancanza di fondi, il programma segreto di ricerca sui “Quaccheri” venne bruscamente interrotto e tutti i materiali furono secretati. Nel tempo, i misteriosi suoni sandarono a scemare fino a scomparire, lasciando dietro di sé soltanto speculazioni e un vuoto di risposte.

Conclusione: un mistero ancora irrisolto

Ufficialmente, le commissioni d’inchiesta hanno archiviato il disastro del K-219 attribuendolo a un guasto meccanico interno (l’allagamento del silo missilistico) unito a fattori concomitanti e all’interazione con ostacoli esterni (ipotizzati inizialmente in sottomarini nemici).

Eppure, le parole di comandanti esperti come Nikolai Tushin lasciano aperta una finestra suggestiva su ciò che si cela realmente negli abissi oceanici. Con i fondali marini esplorati molto meno dello spazio profondo, il destino del K-219 e l’enigma degli oggetti sottomarini non identificati continuano a rappresentare uno dei capitoli più affascinanti e inquietanti della storia moderna.

Leggi anche:I “Quaccheri” degli abissi e il K-219: la testimonianza segreta del capitano Tushin sugli USO

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